Il volume, con la prefazione del Presidente della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, inaugura la nuova collana “Pedagogia anima mundi” di Mario Caligiuri

“Tra persone e mercato. Nuove prospettive della pedagogia industriale” è il volume di Cinzia Turli che inaugura la collana “Pedagogia anima mundi”, edita da Rubbettino e diretta da Mario Caligiuri, professore ordinario di pedagogia della comunicazione all’Università della Calabria. Cinzia Turli è ricercatrice di Pedagogia generale presso l’Università San Raffaele di Roma. La prefazione è firmata da Andrea Gavosto, Direttore del fondazione “Giovanni Agnelli”. La collana si prefigge di dare voce alle tesi più originali che si stanno sviluppando nell’ambito della pedagogia, per contribuire a una necessaria rifondazione scientifica e culturale del settore. Mario Caligiuri ha evidenziato che riflettere oggi sul lavoro che cambia è fondamentale per comprendere gli sviluppi sociali, poiché occorre tenere presente l’impatto inevitabile dell’intelligenza artificiale e gli scenari che si aprono con il covid-19 in cui il il lavoro digitale a domicilio potrebbe rappresentare una dimensione prevalente, sia nel settore pubblico che in quello privato. 

La relazione tra la persona e il mercato quale luogo di azione e apprendimento, al centro di questo libro di Cinzia Turli, invita a riflettere su come l’educazione possa concretamente incidere sul futuro del lavoro. Nel testo si concepisce l’industria come luogo del fare ma soprattutto come metafora del conoscere. In tale contesto, l’attività della pratica educativa nell’impresa esalta la persona, che non viene affatto sminuita dall’invadenza tecnologica. L’innovativa ricerca sulla pedagogia industriale condotta da Cinzia Turli indaga le organizzazioni lavorative, per superare la sudditanza dello spazio educativo al sistema produttivo ed economico. Infatti, è solo così che ciascuno può valorizzare i propri talenti attraverso originali percorsi di apprendimento. In questa interpretazione, la pedagogia industriale rappresenta un terreno di ricerca innovativo e denso di prospettive, confermando l’uomo al centro del mondo del lavoro che, attraverso l’ibridazione con l’intelligenza artificiale, apre scenari inediti e, per molti aspetti, turbolenti. E questo libro si colloca con intelligenza ai bordi di questo caos.

La prefazione del presidente della Fondazione Giovanni Agnelli Andrea Gavosto

Il saggio di Cinzia Turli arriva con un tempismo perfetto. Il coronavirus ha stravolto in modo inatteso e violento il modo di lavorare, le relazioni sociali, i rapporti personali di tutti noi. Le organizzazioni hanno dovuto modificare rapidamente il tessuto di consuetudini e relazioni costruito in molti anni e basato, nella maggior parte dei casi, su una contiguità fisica che è improvvisamente venuta a mancare. È quindi inevitabile che l’Industria (intesa dall’Autrice più come il luogo metaforico del fare che la semplice somma di imprese individuali) debba ripensarsi e che lo faccia come il topos di una nuova pedagogia, dove si insegnano e si imparano nuove modalità di azione e relazione.

Come si ricorda nel testo, nell’organizzazione del lavoro «si innesca un circuito importante composto di educazione e lavoro all’interno del quale permangono costanti i bisogni classici di chi opera e l’esigenza moderna di azioni formative rivolte al miglioramento di soft skill e allo sviluppo di nuove competenze» (vedi pagina 63). Ma quali devono essere i principi guida di questo ripensamento verso un’organizzazione educante per l’Autrice? Lo scopriamo a pagina 51: «l’azione educativa sullo sviluppo economico e civile del futuro dovrebbe soddisfare alme- no tre esigenze essenziali: la formazione morale ed etica delle persone; la formazione tecnico digitale e la formazione alla collettività e alla flessibilità adattiva». Mentre gli aspetti etici e tecnologici del lavoro, pur essenziali, sono già stati affrontati da vari studiosi, l’enfasi del libro è soprattutto sulla capacità “imprenditiva” di adattamento alle condizioni di contorno e sull’intreccio di stimoli educativi che si stabiliscono fra i vari attori in campo, al fine di rispondere alle sfide esterne.

Si tratta di spunti importanti, ancorché richiedano molta riflessione per uscire dalla fase ideativa e diventare norme di comportamento della futura Industria. L’accelerazione impressa dalla pandemia è evidente a tutti: ma le radici di queste intuizioni affondano nei cambiamenti che il mercato del lavoro ha vissuto negli ultimi decenni per effetto delle trasformazioni tecnologiche. I progressi straordinariamente rapidi compiuti dalla robotica (l’hardware delle nuove tecnologie) e dall’intelligenza artificiale (il software) hanno riacceso il dibattito sui rischi che le tecnologie digitali finiscano con il sostituire il lavoro umano. La storia insegna che finora non è mai stato così: l’aumento della produttività indotto dal progresso tecnico – e la conseguente maggior capacità di spesa – ha sì distrutto occupazione in alcuni settori industriali, ma nel contempo ha generato maggiori opportunità di lavoro in altri settori e nei servizi. Il dibattito è stato recentemente riaperto da un articolo del 2013 di Frey e Osborne, che per gli Stati Uniti hanno stimato al 47% la quota delle occupazioni a rischio di sostituzione da parte delle macchine nell’arco dei prossimi 10 o 20 anni. Come è stato dimostrato successivamente, la stima è eccessiva: non a caso, l’Ocse ha concluso che i lavori a rischio sono pari a non più del 9% (si veda Arntz et al. 2016).

Il lavoro di Frey e Osborne rappresenta comunque uno spartiacque nelle analisi dell’impatto sull’industria e il lavoro. Gli studi precedenti avevano infatti messo in luce come l’automazione dei processi abbia spiazzato i lavori umani di carattere ripetitivo (amministrazione, contabilità, segreteria, ecc.) che richiedono abilità di medio livello, lasciando invece indenni le due estremità delle occupazioni altamente qualificate e di quelle con basse qualifiche, come i servizi di cura alle persone anziane o malate. L’evoluzione delle tecnologie si sta però spingendo oltre, segnalando come automazione e intelligenza artificiale saranno in grado di sostituire quasi tutti i lavori, inclusi quelli di servizio alle persone. Solo tre tipologie dell’agire umano – e questo sottolinea l’importanza della riflessione sulla pedagogia industriale della Turli – sono state individuate come non replicabili in tempi brevi dall’intelligenza artificiale: le attività che richiedono complesse capacità di percezione e manipolazione di oggetti; quelle che necessitano di intelligenza sociale, come la capacità di comprendere le emozioni umane e rapportarsi ad esse; e, soprattutto, le attività creative. Saranno dunque le competenze che stanno a monte di queste attività ad essere sempre più ricercate e apprezzate nei prossimi anni.

Il concetto di creatività è difficile da inquadrare. Forse la definizione ancor oggi più calzante è quella data più di un secolo fa da Henri Poincaré: «Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili». Rinvia all’abilità di produrre idee e artefatti, che siano nuovi e di valore, attraverso la combinazione di elementi noti che, mescolati, diano esiti originali. Lo stesso vale per le organizzazioni che, per ripensarsi dopo la pandemia, devono saper recuperare aspetti tradizionali in forme nuove, essere imprenditive. Il saggio di Cinzia Turli apre la strada a una riflessione essenziale per il futuro del lavoro e dell’educazione.

Cinzia Turli è ricercatrice di Pedagogia generale e sociale presso l’Università San Raffaele Roma Uniroma5. La sua ricerca si occupa del miglioramento dei processi bio-apprenditivi mediante le pratiche filosofiche nell’infanzia e in età adulta. Svolge, inoltre, consulenza nel campo della comunicazione organizzativa e in quello dello human development.